Il complesso, ubicato nella fertile piana di Santa Lucia a Bonorva (Sassari) su un fronte roccioso di 180 metri,  è composto da una ventina di grotte preistoriche scavate nella roccia, le cosiddette “domus de Janas”, in cui venivano eseguite sepolture collettive.

L’origine del complesso risale al III millennio a.C. ma l’utilizzo e le parziali modifiche di diversi ipogei si sono protratti fino ad epoca medievale. Delle grotte superstiti, la più grande e la più articolata è la Tomba del Capo, tra le più spettacolari della Sardegna. L’ipogeo è costituito da tre grandi ambienti (nartece, aula e bema o presbiterio), comunicanti tra loro attraverso aperture rettangolari simili a porte, da cui si diramano 14 cellette funerarie di difficile accesso. Dall’epoca della sua realizzazione la tomba è stata interessata da parziali modifiche in età tardoromana e paleocristiano-bizantina.

Della fase neolitica sono sopravvissuti alcuni lacerti della decorazione delle pareti eseguita in ocra rossa su un sottile strato di intonaco e le coppelle votive (buche emisferiche) scavate nel piano di calpestio del nartece. Qui sono presenti anche tombe rettangolari a fossa di epoca imperiale. Nell’aula e nel bema sono invece conservate raffigurazioni pittoriche eseguite ad affresco attribuibili alla fase paleocristiana e alla successiva trasformazione della struttura in chiesa rupestre. Nell’aula la raffigurazione di una figura di donna circondata da uccelli in volo e ghirlande sembra appartenere alla fase di riuso paleocristiano (IV-V secolo). Un complesso ciclo dipinto ad affresco con scene  del Nuovo Testamento, raffigurazioni della schiera di Santi e Apostoli e Cristo Pantocrator, sono invece conservati sulle pareti del bema, adibito ad usi liturgici in epoca medioevale (XII secolo). Incorniciano le pitture i rosoni dipinti nel soffitto ed il falso velario nel registro inferiore.