Introduzione

Nella popolosa città di Radà nel Nord dello Yemen, a 2400 metri di altezza, la preghiere ad altissimo volume lanciate dagli altoparlanti dei minareti disseminati sul territorio, si mescolano ai rumori assordanti dei motori di macchine e moto  consumate dal tempo, dei generatori di corrente attivati quando l’energia elettrica viene razionata. Un rombo continuo appartiene alla vita di questo luogo, racchiuso tra montagne spoglie e dure : al chiacchiericcio litigioso degli uomini, intenti a masticare il qat, fa da contrasto il silenzioso fruscio dei veli che nascondono interamente le donne nelle apparizioni pubbliche; agli schiamazzi festosi dei bambini sulle strade , che giocano, vestiti di stracci, a piedi nudi o con scarpe sgangherate di fortuna,  tra l’immondizia, le capre, le galline in cerca di qualcosa da mangiare, si contrappongono raffiche di mitra sparate in aria in segno di festa (e non) e il tintinnare metallico delle catene che soggiogano i malati di mente lasciati sulle vie a vagare desolati.

Il vento trasporta polvere, buste di plastica dai colori pastello, foglie di qat rinsecchite  e tutto ciò che incontra sul suo percorso. Odori pungenti e terra in particolare: terra ocra millenaria, la stessa terra con cui sono costruite le case. Architetture di fango fantastiche, uniche nel loro genere, disegnano il paesaggio in questa regione: nello stile e nella tecnica rispecchiano l’identità di un popolo con il primato d’essere tra i più poveri del pianeta, ma tra i più ricchi di testimonianze d’arte e cultura dei tempi più antichi.

La madrasa Amiriya (1504)  occupa un posto di rilievo nella città e nella nazione tutta. Tra i monumenti dello Yemen  rappresenta un gioiello dell’arte islamica per l’equilibrio raggiunto tra l’imponenza delle strutture e la raffinatezza del dettaglio delle sue decorazioni.

Alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, dopo  500 anni di abbandono l’edificio era prossimo al crollo. Numerosi terremoti unitamente al degrado della società yemenita, lontana dagli splendori degli anni fiorenti del commercio e della crescita del passato, alle prese con povertà, emergenze sociali e sanitarie, corruzione, militarizzazione dello stato, avevano lasciato la madrasa al suo ineluttabile destino di rovina.

Un’illuminata, determinata e infaticabile archeologa irachena ha interrotto questo infausto processo: Selma Al Radi. Grazie ai suoi sforzi che hanno portato alla realizzazione di un programma di conservazione complessivo iniziato nel 1983,  la madrasa oggi è tornata ad essere il fulcro della vita della città, una risorsa di sviluppo economico, sociale, religioso e culturale per la cittadinanza, un’ inestimabile ricchezza per tutti.

Dopo ventidue anni di lavoro, con l’impegno finanziario dei governi d’Olanda, dello Yemen e dell’Italia il progetto Amiriya, diretto da Selma Al Radi, con la supervisione del GOAMM Dipartimento di Antichità dello Yemen, si è concluso nel 2005. 

Nel 2007  ha ricevuto il prestigioso riconoscimento dell’ Aga Khan Award for Architecture.

Il CCA, Centro di Conservazione Archeologica di Roma, dopo una fase progettuale compiuta nel 1998,  è stato impegnato negli anni 2003 - 2005 nella conservazione delle pitture murali che decorano la sala delle preghiere della madrasa e in iniziative di formazione e diffusione correlate, finanziate dal governo italiano.