Stato di conservazione

La  madrasa Amiriya è costruita in un territorio ad alto rischio di evento sismico, l’ultimo dei quali, di particolare intensità, è avvenuto nel dicembre 1982, quando già erano in corso i primi interventi di restauro all’edificio,  investendo la regione di Radà e Dhamar.
Dall’analisi dello stato di conservazione è ragionevole supporre  che movimenti sismici ripetuti nei secoli abbiano minato la solidità dell’edificio, sommando gradualmente gli effetti distruttivi prima sulle strutture e sui rivestimenti esterni, poi sulle superfici decorate.
Le forme di alterazione riscontrate sulle superfici dipinte possono dunque sinteticamente essere ricondotte alla combinazione dei seguenti eventi:
- terremoti;
- interazione chimica e fisica dei materiali costitutivi con l’ambiente;
- estrema vulnerabilità dei materiali costitutivi all’azione dell’acqua in tutte le sue forme di aggregazione;
- danni legati alla frequentazione dell’uomo e ad azioni, volontarie e involontarie,  compiute  sulle superfici;
- naturale processo di invecchiamento dei materiali originali.

I movimenti tellurici sono alla base dei seguenti danni riscontrati:
- fessure e fratture della struttura muraria e nella stratificazione dell’intonaco, con cedimenti in prossimità degli archi;
- distacchi di varia gravità di frammenti d’intonaco dal supporto; nelle cupole,  il 90% degli intonaci si presentava completamente distaccato dal supporto murario e pronto al collasso.
- mancanza di adesione dell’intonaco al supporto e tra gli strati di preparazione;
- lacune dell’intonaco, particolarmente estese sulle cupole.

Le lesioni nella copertura delle cupole, eseguita in origine con una malta a base di calce chiamata qudad, hanno dato avvio ad un fenomeno d’infiltrazione dell’acqua particolarmente aggressivo per delle pitture naturalmente fragili se esposte all’azione dell’umidità. In tutte le cupole si sono verificati dei veri e propri ruscellamenti dell’acqua piovana proveniente dal tetto che oltre ad aggravare la situazione statica degli intonaci, causando erosione dello strato di argilla sottostante, hanno nel tempo dilavato e cancellato la pellicola pittorica nelle aree di scorrimento.
Nelle pitture della madrasa Amiriya l’acqua ha associato ai danni meccanici, dovuti al ruscellamento sulla superficie, i danni chimici legati al meccanismo di solubilizzazione e cristallizzazione  dei sali solubili contenuti nei materiali costitutivi della struttura e degli intonaci, e nell’acqua stessa. Tale fenomeno si è principalmente verificato sulle cupole, dove maggiore era la presenza di umidità e dove, per effetto delle correnti ascensionali d’aria calda, si sono verificate frequenti variazioni di temperatura. Questo ha causato una migrazione e cristallizzazione dei sali in superficie e, per effetto della spinta dei cristalli, il progressivo disfacimento della pellicola pittorica e dell’intonachino sottostante.
La frequentazione mai interrotta della sala da parte dell’uomo per ragioni di culto, è invece alla base di numerose alterazioni della superficie riscontrate nelle parti inferiori delle pareti.
Graffi, abrasioni e vere e proprie incisioni presenti in aree accessibili dal basso sono state procurate nel tentativo di pulire le superfici con strumenti non idonei e da mani inesperte. Probabili spolverature, di cui sono state trovate tracce evidenti, hanno portato nel tempo alla perdita progressiva delle stesure  di colore più superficiali, fino alla scomparsa completa.
Spessi strati di scialbo di gesso, normalmente utilizzati a fini disinfettanti e di pulitura delle superfici, ricoprivano intere aree dipinte sopra la decorazione a stucco. Lanciato dal basso in prevalenza per imbiancare gli stucchi questo strato ha coperto nei secoli  anche aree dipinte fino ad una altezza di circa un metro sopra la fascia a stucco. Ai fumi delle lampade ad olio utilizzate per illuminare la sala sono da attribuire i depositi oleosi che annerivano le superfici, particolarmente consistenti nella cupola centrale. Secolari strati di polvere, divenuti coerenti nel tempo, ragnatele, particellato atmosferico trasportato dai venti e fango dilavato dalla struttura  offuscavano tutte le superfici, in particolare nelle parti aggettanti, conferendo ai dipinti un aspetto fatiscente e ingrigito che occultava la ricchezza cromatica e decorativa del ciclo, oggi, fortunatamente, riscoperta.